Finibus terrae, storie di amore e contraddizioni

Rimasi per un attimo trasognante sul lungomare della piccola Leuca, invitando anche la mia ospite a
fare lo stesso. Lei, Rachel, studentessa inglese che avevo conosciuto in università alla facoltà di Giurisprudenza di Bari, dove era arrivata 6 mesi prima con il programma Erasmus, mi guardava stranita. Dopo essere tornata nel grigiore della City, aveva accettato il mio invito a passare un’altra settimana in una parte che non conosceva di quella terra meravigliosa che era la Puglia: il Salento. E
per prima cosa l’avevo portata nel paesino a picco sul mare dove era nato mio padre.
«Sei proprio innamorato di questi luoghi, eh?» mi chiese in un italiano ancora incerto, che tradiva le
sue origini anglosassoni. «Sì» risposi io. La amo perché la mia terra è così. Così diversa e allo stesso tempo così uguale. Così piena di meravigliose contraddizioni. Io stesso lo sono: per metà barese e per metà salentino, figlio di due territori apparentemente così diversi, ma dove il collante è proprio la passione dei loro abitanti per la propria terra. Quella terra che li ha fatti crescere e ha forgiato le loro identità giorno per giorno. Il territorio barese e quello salentino sono due pezzi di puzzle dai contorni diversi, ma è proprio questa caratteristica che permette loro di combinarsi e formare un’immagine
unica». Lei mi ascoltava in silenzio e io cercavo invece le parole migliori per esprimere tutta quella bellezza che mi circondava.
Servirebbe molto più tempo di quello che avevo a disposizione per raccontarle tutta la Puglia, e per questo mi ero soffermato su un lembo di questa penisola che avevo imparato ad amare anno per anno: il Salento. «Quanto abbia da offrire il Salento – le raccontai – ai visitatori è ormai un argomento
più che assodato. Terre che negli ultimi tre anni hanno iniziato ad attirare migliaia di visitatori, capitanati da orde di adolescenti che hanno riscoperto nelle zone di Castro, Gallipoli e Otranto una
nuova Rimini, un territorio che permette divertimento, frenesia e trasgressione a 360 gradi.

Fino a dieci anni fa però, tutto era diverso. Questi posti erano frequentati principalmente da autoctoni e turisti stranieri, con i secondi che venivano a spendere le loro sudate paghe per scoprire le bellezze naturalistiche e gastronomiche che il posto offriva. Scogli a picco e acque cristalline erano ciò che attirava i visitatori, molto più degli aperitivi pomeridiano nei lidi cool o alle serate in discoteche ricavate
da montagne spianate o grotte: Samsara, Zen, Blu bay, Cocoloco erano solo nomi conosciuti dagli adepti locali della nightlife.
Ora che tutto è cambiato, è però possibile trovare dei posti in cui questi mondi così diversi si mixino in
maniera non troppo vistosa, come nella triade delle città prima descritte. E per farlo bisogna scendere, il paradiso dantesco stavolta è geograficamente più in basso dell’inferno, esattamente
vicino a Punta Ristola. Il confine estremo di questo stivale, che sorregge questa stupenda Penisola.

E proprio qui che si incontrano le più grandi bellezze naturalistiche, vicino al porto e al faro di Leuca.
L’ultima città che si incontra prima di arrivare al confine. Prima di arrivare a quel mare che cinge una serie di scogliere altissime, plasmate dalla sapiente mano della natura. Sotto di esse tanti piccoli gioielli architettonici: le grotte selvagge fievolmente illuminate dal sole di mezzogiorno. Avendo a
disposizione una barca, non c’è niente di meglio che ancorare di fronte a questi grossi archi per ammirare la flora e fauna circostante, oppure parlare all’interno di questi anfratti, avendo come sottofondo il rumore delle onde che burrascose si infrangono e ti cullano mentre continuano a scolpire nella roccia friabile le loro opere d’arte. E così lentamente lo scultore continua la sua opera, modificando lentamente ma inesorabilmente la struttura. Magari per i nostri nipoti sarà una grotta totalmente differente. È proprio questo il bello: qui tutto cambia, mentre a noi sembra rimanere uguale. Un progetto in continuo divenire.
E la magia si ripete ad alba e tramonto, quando la luce nasce e muore su queste pietre millenarie e i clacson cittadini sono solo un lontano ricordo che fu. Seduto su una piccola barca di legno, non posso che pensare che non ci sia niente di più perfetto. Bere un cocktail guardando la luce rifrangersi dal
mare lentamente e, come il pittore che scopre il suo dipinto, dar la luce ad un capolavoro. Quando si è circondati dalla tenue aura arancione del sole che va ormai a morire sulla linea dell’orizzonte, e che rende i confini delle scogliere più dolci e soffusi, è difficile non innamorarsi di questi posti.»
All’improvviso Rachel aprì la bocca e mi chiese: «Ma il Salento è solo questo mare mozzafiato?».
«No, non è solo quell’azzurro puro che ti rimane impresso nella retina la prima volta. Per rispondere a
questa domanda non hai che da prendere la macchina e macinare chilometri nell’entroterra, dove il colore cambia all’improvviso, diventando una combinazione di marrone e verde. Il marrone della terra coltivata nelle campagne e il verde degli olivi, i millenari guardiani di questo territorio. Qui i contadini hanno un legame speciale con la propria terra». «E tu che ne sai?» chiese lei. «Mio nonno è un
contadino, originario di Casarano, un piccolo paese sorto tra le campagne. Che legame speciale ci sia tra gli olivi e i contadini che tra sudore e fatica li hanno visti crescere e diventare alti e forti, l’ho visto in una lacrima. Una lacrima che scendeva dalle sua guance, solcate dal tempo. Piangeva, vedendo un olivo venire reciso perché colpito da un virus, la Xylella, che avrebbe potuto propagarsi e distruggere i tanti alberi che hanno messo radici qui. Nei suoi occhi vedevo il dolore di chi ha perso un figlio, una parte di sé, portata via da una malattia inguaribile. Vedere quel tronco ingrigirsi e perdere le foglie è come vedere una persona cara colpita da un tumore, che lentamente perde le forze davanti a
noi. I contadini avevano fatto loro il dolore degli alberi sfregiati, da quel virus prima e dalla forza delle motoseghe dopo. Non ho saputo trovare un immagine migliore per descrivere l’amore delle persone per la propria terra. Perché non troverete da nessuna parte persone così, trattare quello che era un piccolo arbusto che avevano visto crescere negli anni come una persona amata. Non troverai altre persone capaci di guardare oltre quel pezzo di legno, apparentemente senza vita.
È questa la magia che si consuma ogni giorno tra questi scogli, questi odori rustici, tra questi tratturi – le strade strette di campagne che si snodano come cicatrici sul tessuto vivo di questa terra – tra le spiagge solcate dal forte vento che ti sferza la pelle mentre disegna geometrie incomprensibili con i
granelli di sabbia. Vuoi davvero sapere dove altro vedere l’amore dei salentini per la propria terra?
Cercalo negli sguardi e nei sorrisi delle persone, il sorriso di chi di prima mattina si sveglia e si
affaccia al balcone e gode del grande regalo che gli è stato donato dalla natura. Anzi dei tre regali: il sole, il mare e il vento. O per meglio dire: lu sule, lu mare e lu jentu, come dicono qui».

Finito il mio piccolo racconto, mi sorrise per qualche secondo e poi si appoggiò anche lei ad uno dei lastroni di marmo che si ergevano sul lungomare. Girò la testa verso il mare, mentre un gabbiano
sorvolava le nostre teste, poi mi disse: «Allora aspetta un attimo e lasciamelo godere. Voglio provare ad innamorarmi anche io».

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