In stazione – perdendosi per ritrovarsi

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Erano passati un po’ di mesi dall’ultima volta che ero andato in stazione per ritrovarmi davanti a quel Frecciargento. 9354, la combinazione che richiamava una sola destinazione: Roma. Eh sì, stavo tornando nella Capitale, sempre per motivi di carriera: stavolta mi toccava sostenere l’esame da giornalista professionista. Domani saremo un bel po’ in quell’aula, sei ore davanti ad un computer per cercare di ottenere la metà di quel tesserino. Quel che accadrà dopo non lo posso sapere, d’altronde non mi chiamo Cassandra e alla preveggenza non ci ho mai creduto. Ma non divaghiamo.

Prima di sapere sul treno mi sono soffermato a guardare la stazione. Non l’edificio, non le macchinette automatiche per la timbratura dei biglietti, non la materia, ma le persone. Coloro che occupano il contesto, che rendono colorato il grigio di una giornata di pioggia come questa.

Non mi ero mai soffermato a ragionarci sopra, eppure ci ero stato decine di volte. La stazione. Quante promesse diverse racchiude in sé questo luogo? Arrivando sul piazzale una coppia di ragazzi si sta abbracciando, sicuramente uno dei starà per partire. “Chiamami se dovessi avere bisogno” dice lui. Dal tono con cui lo dice capisco che sono più che amici. Sarà un arrivederci temporaneo o lei si starà trasferendo lontano per lavoro? Che strana la vita, abbiamo creato tante tecnologie per superare le distanze e ancora nessuna per anestetizzare la distanza di una separazione.normal_DSC01759

Ma la stazione non è solo distanza, separazione. E’ anche speranza, cambiamento. La voglia di cambiare che vedo in quel gruppo di ragazzi che si muovono verso la banchina con i loro trolley e gli zaini sulle spalle. Valigie molto grosse e numerose, probabilmente fuorisede. Rivedo in loro la stessa speranza che provavo a 19 anni quel ragazzo che voleva crescere lasciando la propria città, le proprie abitudini, i soliti giri. E così è stato. “Tanti auguri a voi ragazzi, in qualche modo tornerete diversi” penso tra me e me, ma non so se abbiano avvertito quel mio augurio mentale. Dimentico sempre che non siamo ancora capace di leggere la mente.download

In compenso, però, abbiamo ancora la capacità di leggere gli sguardi. E tra questi milioni di viaggiatori, sospesi nel tempo, in quell’intervallo che passa tra l’arrivo in stazione e il salire sul treno, di sguardi ce ne sono. Anche di semplice paura, di chi non sa cosa l’aspetterà. Di chi è al suo primo viaggio e si chiede se ce la farà, se la scelta di andare è quella giusta, se sarà capace di rimanere lontano dalla “rassicurante quotidianità” che lascia. Perché sì, salire su di un treno significa lasciare la routine, ritrovare quel po’ di ingenuità e di timore che si prova ogni volta che si va incontro all’ignoto. Tranquillo ragazzo, a volte quel treno può essere il destino. Non esiste un viaggio uguale all’altro e nel bene o nel male insegna molto. Deve essere per questo che ho sempre voluto viaggiare. Prendere la valigia e partire, conoscere nuove culture, mettere alla prova il proprio mondo nel confrontarsi con realtà diverse. Forse per questo ho fatto il giornalista, per mischiarmi tra luoghi e persone che non conosco e che forse non avrei mai conosciuto.

Troppi pensieri, e nel frattempo treno è arrivato alla banchina 3. Nelle cuffie Ghemon Scienz canta <non buttarti giù, tutto si risolverà. Se dovessi stare male puoi sempre tornare da me>. Quanta verità. “Forse dovrei scrivere quello che ho visto, condividere questo ritratto” penso per un minuto.

Già, forse lo farò.

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