NYC

La città che non dorme mai. La grande mela. Il centro del mondo. Decine di appellativi come questi risuonavano nella mia testa a poche ore dalla partenza per New York. Ci torno per la quarta volta, ma per la prima volta risiedo in un appartamento a Manhattan. Un modo per entrare subito in simbiosi con la città. Altre volte ero da parenti a qualche chilometro dal centro della città. E la differenza si avvertiva negli spostamenti.

Girare per la città ti dà subi545264_10200164586940234_1074690121_nto un’impressione di come si vive la dimensione temporale, lo scorrere delle ore in una delle metropoli degne di questo nome. New York non è la città che non dorme mai, ma quella che non riposa mai. Ognuno va di fretta, mai una pausa. E te ne accorgi non solo percorrendo le vie affollate dai turisti di Times Square o della 5th street, in cui il gioco di luci delle insegne pubblicitarie sembra volerti stupire in modo sempre  diverso. Te ne accorgi persino quando giri per i quartieri meno “turistici”: la Harlem popolata in gran parte dalle persone di colore, nel Greenwich village in cui si assiste al lato più ricercato e artistico che la mela può offrire o nelle zone che sono state conquistate da emigranti come Little Italy o Chinatown. Tutti quartieri in cui difficilmente si vedono folle di italiani, inglesi, irlandesi o russi attraversare la strada con in mano diverse buste proveniente dai grandi centri commerciali come Macy’s. Times Square è a miglia di distanza. E qui che incontrando gli abitanti leggi nei loro occhi la fretta, l’ansia di non riuscire a completare in tempo la mole di lavoro, di non portare a termine il compito assegnato dalla moglie o di non arrivare in tempo a casa dalla figlia che aspetta di andare a lezione di nuoto. Ogni secondo si vive velocemente in una città che vive sul dogma “tempo=denaro” e in cui le possibilità sono tante, ma solo per chi è abbastanza veloce da saperle cogliere.

Ma gli americani riescono a mostrare anche un volto totalmente diverso, che lascia molto spazio all’interazione. In ogni negozio o per strada nessuno ti nega un’informazione, un sorriso, talvolta una battuta. Gli americani sono così: danno tutto quello che hanno a chi hanno accanto. Cercano di imparare interagendo, rubano qualcosa da chi hanno accanto: che sia un modo di fare, un gesto, un’espressione. Per poi riproporla ad altri, in un continuo scambio culturale. Non di rado infatti mi è capitato di trovare americani che ripetevano la gestualità italiana dopo aver capito la mia nazionalità.

Un’altra cosa che mi ha molto colpito della città sono i “pazzi”. Chiamateli come volete: matti, disadattati, allucinati. Ma la sostanza non cambia. Girando per la mela non raramente vi capiterà di vedere persone che parlano da sole, gridano per le metropolitane, ballano davanti agli specchi dei fast food, vi regalano oggetti. Mi sono sempre chiesto come si finisce in questo stato. Forse la solitudine, forse il freddo, forse la paura. La paura di essere schiacciato da un sistema, una città in cui tutto è grande, alto, dove i grattacieli fanno da padroni silenziosi e guardano le formichine che si disperano e corrono da una parte all’altra delle Avenue. Le loro vite insignificanti, piene di regole imposte dalla società.

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E a quel punto mi sono dato da solo una spiegazione. Probabilmente i pazzi hanno deciso di volersi distinguere. Di non essere parte del sistema, di liberarsi dalla gabbia delle regole per poter essere  veramente vivi. Un po come i bambini, che non sono consci delle regole imposte da perbenismo e buona condotta e spesso assumono atteggiamenti che tutti noi vorremmo avere. I pazzi a New York city sono gli ultimi esseri liberi e le metropolitane, i fast food o le strade sono il loro parco giochi. Hanno fatto una scelta importante, ma hanno perso anche qualcosa di molto più importante: la fiducia della gente.

10 giorni e ho abbandonato tutto questo. Sono tornato nei luoghi dove non tutti ti sorridono, dove i campioni del basket non sono nessuno (visto che non sanno tirare calci ad un pallone) e dove i pazzi sono pochi e allontanati da tutti. Un felice ritorno a casa, che forse non è mai stato così triste.

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