Un eccesso di computer grafica – recensione The thing (2012)

“Sbornia da videogioco”. Se chiedessimo al regista John Carpenter un commento su questo film, prequel del suo omonimo film del 1982, probabilmente risponderebbe così.

A tentare la difficile impresa di bissare le scenografie e l’atmosfera horror dell’originale è Matthijs van Heijningen Jr. Le scene raccontano esattamente come è nata la minaccia aliena annidata nei corpi umani, che nel film del 1982 causerà tanti morti. Tutto inizia dalla scoperta del corpo alieno originale, rimasto congelato in Antartide dopo lo schianto della sua navicella, avvenuto centomila anni prima. Il team di ricerca che lo trova lo estrae, ma inspiegabilmente l’alieno riesce a liberarsi e inizia a uccidere i membri del team, per poi replicarli e nascondersi all’interno del loro corpo. Trasforma così i cadaveri in bombe ad orologeria, pronte a far fuoriscire l’alieno replicato al momento più opportuno. Sarà Kate Lloyd, una ricercatrice esperta in estrazioni dal ghiaccio – interpretata da Mary Elizabeth Winstead a salvare la situazione con il suo sangue freddo. La prima vittima della creatura sarà un cane, lo stesso che poi infetterà la base nel capitolo di Cronemberg.

Storia sicuramente interessante ed intrigante, ma un fallimento totale da parte del regista nel ricreare le stesse atmosfere, nonostante i corpi alieni all’epoca fossero creati con semplici materiali plastici.

Qui invece è la computer grafica a far da padrona, e talvolta con risultati quasi ridicoli. Corpi che sembrano usciti da un videogioco della serie resident evil, che poco o niente hanno a che fare con i corpi umani circostanti. Insomma le atmosfere non sono proprio da film horror, e come molti film che riprendono il filone usufruendo dei moderni ritrovati grafici vanno a peccare, perdendo il loro spirito originale.

Stupende invece le ambientazioni. L’antartide nelle (poche) scene di luce ricrea una sensazione di pace, che poi si trasforma in pura angoscia grazie alle sue distese bianche totalmente deserte. Stesso dicasi per le scene notturne, l’unico elemento che veramente può avvicinare il film al genere horrorifico a cui apparteneva il suo famoso capostipite.

Le musiche e gli effetti sonori aiutano a mantenere un livello di tensione elevato per tutto il film, anche se sono poche le scene in cui lo spettatore viene veramente sorpreso. Da citare su tutti la fuga dell’alieno madre dal blocco di ghiacico e la trasformazione della seconda vittima, l’unica donna del gruppo. Sicuramente inaspettata come trasformazione e quindi particolarmente d’effetto

Nonostante questi pochi attimi di luce nell’oscuro ovvietà di alcune sequenze, il film regge fino alla fine, lasciando però con un senso di mancanza. E a molti, come al sottoscritto, farà venire solo voglia di vedersi – o rivedersi – l’originale di Cronemberg. L’unico rischio è che alla fine vi sembrerà ancora più piatto. Io vi ho avvertiti.

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