Contesti africani

Quel territorio, sede di anime, di lingue, di religioni. L’Africa è un paese dalle mille sfaccettature. Nella mente rimangono le immagini che per una settimana si erano impresse nella testa. Come un rullino fotografico. Persona dopo persona, capanna dopo capanna, ad ogni tramonto, in ogni spiaggia. Tutto impresso.

La prima cosa che mi ha colpito è stato il colore bianco. Il bianco dei sorrisi di questi bambini, che come formiche riempiono i villaggi. Adolescenti, infanti ed adulti, tre categorie in proporzioni squilibratissime. Una bilancia che pende sempre verso le prime due categorie. Mentre passi in mezzo a loro ti chiedi chi siano i veri padroni qui. Ti chiedi come facciano sempre a sorridere nonostante la lancinante povertà. Come possano regalare ai turisti che spavaldi passano tra di loro quei calorosi “ciao”, in un italiano che chissà come hanno imparato. Eppure non hanno niente: internet, giochi o altri tipi di svago qui non esistono.

Il loro campo giochi è la foresta, le piante, talvolta qualche cianfrusaglia trovata per strada. Un’enorme novità. Ma loro hanno capito il segreto: bisogna sorridere alla vita, essere vivi è una gran fortuna. E pensare che nel tanto sviluppato occidente, in cui i ragazzi hanno tutto per essere felici, la percentuale di depressi è sempre più alta. Forse dovremmo tornare ad imparare ad essere semplici.

Un altro fenomeno che mi ha molto colpito qui è quello dei Beach Boys. Stavo camminando sulla spiaggia, con la sabbia dai toni chiari che smuovi ad ogni passo, e l’azzurro del mare era sempre più vicino, una superfice piatta e immobile, quasi come se il tempo si fosse fermato. All’improvviso vengo fermato da uno degli indigeni presenti in gran numero sulla spiaggia. Sono grandi commercianti. Vendevano di tutto, dalla collanine, alle escursioni in mare, alle cene di pesce.

Ognuno di loro ha un secondo nome che richiama un personaggio famoso. Ecco quindi che mi si presentano Ronaldinho, Zambrotta, Raoul Bova o Rocco Barocco. Qualcuno azzarda qualcosa di più divertente: ecco quindi “Gucci povero” con la sua bancarella su cui capeggia la scritta  “La Cop sei tu” o un’altra con su scritto “Marema maiala”. Una serie di frasi nomi scritti male che strappano un sorriso, ma fanno anche pensare come questi ragazzi hanno capito la regola numero 1 del marketing: metti a tuo agio il cliente. Cercano di far rivirere un piccolo pezzo di Italia ai compratori, cercando di fargli dimenticare che sono in terra straniera. E l’ironia si rivela anche un’ottima strategia per vendere.

Africa è questo: trasformismo e sopravvivenza. Perchè se vuoi vivere in un paese in cui il turismo è diventato la prima delle attività di entrate fiscale, devi riuscire a trovare il tuo posto nel catena produttiva industriale.

L’unica vero premio che è stato concesso all’Africa è la sua terra. Quel verde che domina incontrastato. Le piantagioni, le altissime palme, i campi con i piccoli e tortuosi fiumi sono i veri padroni di questo posto. Le poche case rimaste sulla strada e le numerose bancherelle, che mi passano davanti agli occhi mentre attraversiamo Stonetown, sembrano bambini, protetti e controllati da questi padri silenziosi e autoritari di colore verde che li circondano.

Le persone sembrano esseri ancora meno importanti in questo ecosistema. Gli abitanti sembrano aver instaurato un rapporto di simbiosi con la loro natura. Un rapporto sempre più stretto man mano che le strade asfaltate lasciano il posto ai dossi irregolari dei tratturi di campagna.

Forse è proprio per questo che gli sceneggiatori di Avatar hanno passato tanto tempo in questo continente. Non solo per riprodurne le piante – riproposte in tonalità di colori più vicini a quelle dei neon giapponesi, piuttosto che alla realtà – ma anche per capire questa sinergia particolare che nel video connota il popolo Na’vi alla grande madre terra.

Questa terra mi è rimasta nel cuore, difficilmente la puoi dimenticare. Quei colori, quei sapori, quegli odori forti. Sarà questo quello che tutti chiamano Mal d’Africa?

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