Napoli, tra vicoli e note intime

A metà di Corso Vittorio Emanuele voltai lo sguardo verso destra, una vista mozzafiato della città partenopea mi si presentò agli occhi. Centinaia di case con le loro antenne si stagliavano all’orizzonte. Mille colori dai toni pastello che si affacciavano su quel mare azzurro, mentre all’orizzonte come un gigantesco guardiano il Vesuvio vegliava su di loro, quasi come un Dio premuroso e combattivo.

Poi il mio sguardo improvvisamente si alzò e il cuore fu invaso dal grigio di quella mattinata torva di inizio Novembre, spazzando via il colore che mi aveva abbagliato poco prima. Napoli è così, un continuo gioco di opposti da esplorare, che non permettono di avere una concreta definizione della città. Volevo capire fino a che livello questi opposti si intrecciavano, e così cuffia negli orecchi, inizia a discendere l’enorme scalinata di Montesanto.

Come un novello Dante ero davanti ad un viaggio ascetico, da cui forse avrei depurato tutti i pensieri negativi. Mentre entravo nei primi vicoli su cui si affacciava l’enorme scalinata mi vengono in mente alcuni versi decantati da Roberto Murolo in una sua canzone, che parafrasati, spiegavano come “se vuoi trovare la vera napoli non visitare i luoghi dei turisti, ma i vicoli dove vive la gente comune, dove i poveri cercano di andare avanti come possono”.

Un forte odore di sapone mi entra nelle narici mentre mi faccio strada tra le persone. Sguardi assenti, di coloro che hanno altro da pensare oltre che a vivere, di coloro che devono portare il cibo a casa. I vestiti sono stesi sugli stendini nei marciapiedi, mentre gli anziani alle porte mi controllano, quasi avessero capito che sono fondamentalmente un estraneo. Le dolci e timide note di “Napule è” di Pino Daniele mi riempiono le orecchie, narrandomi altri segreti di questa città, ancora oscuri.

Napule è mille culure
Napule è mille paure Napule
è a voce de’ criature
che saglie chianu chianu e
tu sai ca nun si sulo.
Napule è nu sole amaro
Napule è addore ‘e mare
Napule è ‘na carta sporca
e nisciuno se ne importa e
ognuno aspetta a’ ciorta.
Napule è ‘na cammenata
inte viche miezo all’ato
Napule è tutto ‘nu suonno
e ‘a sape tutti o’ munno ma
nun sanno a verità.

Una carta sporca…era questa la vera Napoli? Fatico a crederci mentre il pavimento viene invaso dai sampietrini di Via Toledo e Via Roma, quasi a rassomigliarsi a Via Nazionale a Roma. Il binomio trova ora il suo opposto, con le vie del centro larghe e popolate da volti italiani e stranieri. Una continua bancarella in cui è possibile trovare di tutto, nello spirito di risparmio e commercio che fin dall’antichità ha connotato questo popolo.

Passo dopo passo una generazione di soppravissuti incrocia la mia strada, coloro che non vogliono arrendersi, che cercano la salvezza con ogni mezzo, come il musicante che alla mia destra suona contemporaneamente tromba, grancassa, flauto e alcune parole dal forte accento napoletano escono melodiche dalla sua bocca. Ora non c’è più sapone nell’aria ma un dolce odore di pasticceria, mentre vedi i bambini correre per strada; luce e colore riempiono la giornata, lasciando alle spalle il grigio tenue dei vicoli precedentemente visitati.

Poi davanti a me si para all’improvviso la maestosità di Piazza Plebiscito e il mio orizzonte si allarga all’infinito. L’immagine di Napoli fatta di vicoli stretti e di case vicine una all’altra, con questa sua edilizia claustrofobica, sparisce in un respiro. Davanti a me c’è l’immenso di una piazza, semi vuota, quasi come se fosse volontariamente lasciata vuota per ammirarne meglio la grandezza. E al limite, quasi come nelle terre della “Storia Infinita” si staglia la Basilica di San Francesco di Paola, con la sua entrata che tanto mi ricorda il Pantheon, fido compagno nei pellegrinaggi romani per le vie intorno a Campo dei Fiori. Alle spalle invece il Palazzo Reale, di architettura e colori trecenteschi; in pochi metri un salto temporale e architettonico quasi impensabile. La meraviglia del creato

Luce e buio, antichità e modernità. Napoli è tutto questo. La gente si conosce, i bambini giocano per la strada. E’ un enorme paese che ancora non si vuole arrendere al fatto di essere affacciato sulla via del cosmopolitismo, di non essere stata invasa dal multinazionalismo. Napoli è ancora una creatura semplice, che nonostante i problemi derivati dall’edilizia selvaggia, mantiene ancora un’anima pura. Niente simboleggia tale purezza come le voci dei bambini.

“Napul è a voce e criatur”, anche Pino Daniele aveva capito qual’era il segreto per descrivere questa terra all’ombra del vesuvio.

Annunci

2 pensieri su “Napoli, tra vicoli e note intime

  1. potrebbe anche piacermi ciò che hai scritto però che tristezza leggere nelle ultime righe “qual’era”…ovviamente trattandosi di esperimenti di giornalismo mi dirai che si tratta di un refuso…l’italiano è l’italiano, impariamo la nostra lingua prima di ogni cosa!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...