Un moderno Zeno

Questo non è un post riguardante lo sport. E’ un’introspezione, ma sempre condotta attraverso questa parte speciale del mio mondo.

Come la psicanalisi insegna, è studiando i nostri atteggiamenti quotidiani che possiamo auto-analizzarci e allo stesso tempo, se necessario, guarire. Anche lo Zeno di sveviana memoria viene guarito attraverso un diario in cui racconta la sua quotidianità e i suoi problemi; un diario conil quale riesce nello sforzo divino di “uscire fuori da sè”. Un’autopoiesi che ne mostrerà i vizi e le debolezze, ma che allo stesso tempo gli indicherà una cura e un’assoluta verità: la pazzia è distillata in ogni uomo e l’unico possibile rimedio è, probabilmente, l’estinzione del genere umano.

Ma io non sono così catastrofico, anche se effettivamente pagare per fare uno sport in cui ti arrecano del male non verrebbe giudicato da “un esterno ai lavori” come una cosa savia. Ma è proprio ciò che chiamano passione, in fondo. O forse è semplicemente un rimedio allo stress, in una generazione che però di stress ne ha ben poco. Forse semplicemente siamo stati drogati da quel piccolo capolavoro che è Fight club, che ci ha dimostrato quanto può essere divertente regredire ad uno status primitivo, quanto è bello sfogarci, con tutti i mezzi che la natura ci ha dato. E ci ha insegnato che qualche volta anche prenderle può trasmetterti qualcosa.

Forse i lottatori rinchiusi in quel garage si sentivano semplicemente soddisfatti di essere arrivati fin lì. Dopo che Tyler aveva trasformato un’attività disumana in una moda, tutti coloro che entravano a far parte di quel mondo erano in qualche modo degli eletti. Erano coloro che non avevano paura di affrontare un pericolo. Non è forse questo che caratterizza un vero eroe, così come la cinematografia moderna ce li presenta? I vari spiderman, lanterna verde, superman, avevano qualcosa che li distingueva. Sono questi i nostri superpoteri nella realtà.

Ecco: questo il mio atteggiamento quando affronto un evento sportivo più serio. Già il fatto di esserci in qualche modo è un modo di esorcizzare le passate paure, un modo di dimostrare che si è diversi. Ma ecco che allora passano in mente tutte le infinite possibilità che tale evento comporta. Tu sai che darai il meglio, sai che ce la metterai tutta, ma basta una sconfitta iniziale per farti crollare. E’come quando guardiamo uno sportivo in TV.

Non è come in palestra, in gara entrano in gioco due fattori fondamentali che fin troppo spesso cerchiamo di limitare, ma sui quali non avremo mai il pieno controllo: fortuna e psicologia. Non servono preghiere o scongiuri, se a pallone sbagli il rigore fondamentale, se a rugby ti fermano prima della linea delle 100 yarde, se nelle arti marziali cadi dopo il secondo calcio, allora sei bollat come perdente. Nessuno tranne i tuoi compagni ha visto cosa c’era dietro, nessuno ha sofferto gli sforzi, non ha lasciato sudore sopra il tatami ad ogni sessione di combattimento, non ha dovuto combattere contro i tanto scongiurati dolori pre-competizione.

A tutti gli spettatori importa quello che fai davanti a loro, errori o esitazioni non sono possibilità concesse, e più vai avanti più ciò diventa la regola. So bene che vivere tutta la tua carriera sportiva con questo peso, sapendo che l’immagine del campione è come una enorme pietra portata su un pendio. Arrivare in cima è difficilissimo, a crollare invece ci metti un secondo, anche quando pensi di esserci arrivato basta una spinta minima nella direzione opposta, un secondo mancato, un gesto non fatto. Ed ecco che la pietra incontrollabile inizia il suo cammino in discesa. Inarrestabile, metro dopo metro travolge tutto sotto la sua avanzata. E tu come quel masso sei solo una marionetta nelle mani del destino.

Il cinema ci ha trasmesso troppe storie di campioni crollati nello stesso modo, che hanno perso tutto per la troppa convinzione acquisita. Bisogna saper avanzare sempre con una lucida mentalità che ci tenga costantemente coscienti del fatto che qualcuno più bravo c’è sempre, e, se non c’è, arriverà. Ecco perché quando in una competizione supero lo scoglio della prima lotta so di aver fatto il minimo indispensabile, ho ottenuto il mio contentino personale. E necessariamente tranquillizzo la mia mente, sapendo che comunque nessuno mi potrà dire che ho completamente fallito: l’errore della mediocrità.

Bisogna continuare a combattere come se fossimo sempre al limite tra la prima vittoria e la prima sconfitta. E’ questa la chiave della psicologia del campione, a mio parere. Perchè è inutile negarlo, spesso il nostro cervello gioca un ruolo, nello sport come nella vita, molto più importante del nostro corpo. Un rapporto di simbiosi che deve essere mantenuto costantemente lucido, pena la sconfitta. E così il cerchio si chiude, ed una cosa talmente infinitesimale si associa contrariamente a qualcosa di universale, come la vita.

Tante belle parole, magari senza qualcosa di concreto dentro, tanti concetti che magari non realizzerò mai. Ma citando una settimana da Dio: “Bisogna essere il proprio miracolo”. E da qualche parte bisogna iniziare. Più precisamente bisogna cominciare da sé stessi.

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