India e Cina, questi giganti sconosciuti.

Primissima recensione di un libro. Un esperimento che volevo fare anche se a differenza di altre tipologie di post hai sempre dei limiti invalicabili o dei rischi quando critichi qualcosa che non appartiene alla tua “categoria intellettuale”.

Il libro in questione è “L’impero di Cindia” di Federico Rampini. Nome famoso del giornalismo italiano, da sempre inviato all’estero per Repubblica, che attualmente sta di stanza a New York per riportare gli effetti dell’uragano Irene sul morale e sull’economia del popolo americano e nella grande Mela, città simbolo della potenza economica e degli eccessi che contraddistinguono la nazione dello Zio Sam.

L’opera è fondamentalmente un corposo saggio di 400 pagine che esprime l’ascesa sociale, economica e tecnologica di questi due fondamentali poli dell’est, fin troppo spesso citati ma ancora sconosciuti ai più. Ed ecco che Rampini, armato del suo taccuino e di un forbito numero di contatti (non è così semplice accedere in determinate fabbriche o in luoghi militari cinesi se non conosci ‘qualcuno’) studia i meccanismi più reconditi del processo costituitivo di una potenza, come con un frutto. “Sbucciare la scorza esterna, la patina che da fuori tutti noi vediamo e che non siamo capaci di penetrare per vedere cosa c’è veramente nel frutto. Le cose positive e le inevitabili zone ‘marcie’ che hanno permesso questa ascesa.

Proprio il motto latino ‘Mors tua, vita mea’ sembra quello che meglio riproduce il processo capitalistico che un tempo porto alla ribalta gli USA e la Russia e che oggi invece queste due nazioni. Ecco quindi che l’India viene mostrata come la terra del software. Bagangalore viene dipinta come la nuova Silicon Valley, dove l’università sforna giovani ingegneri informatici che sono alla base di tutte le innovazioni computeristiche che abbiamo davanti. 380 università scientifiche che sfornano 200.000 ingegneri all’anno, cifre che difficilmente avreste mai pensato per un paese che per qualcuno è ancora ‘il terzo mondo’. Il terreno dove Bill Gates viene a cercare il suo Eldorado, dove molte fabbriche internazionali (fra cui l’italiana ST Microelectronics) hanno decentrato la sua produzione. Questo è stato spesso un passo di fondamentale importanza per ottenere un posto nei ranking economici internazionali, nel mondo economico dove sei già fuori quando non hai anticipato di due mosse il tuo avversario.

Il prezzo che hanno pagato però, come avevo anticipato è molto alto, la nazione infatti ha visto un rapido sviluppo della povertà e, conseguentemente, della mafia. Lavoratori nelle fabbriche sfruttati, pagati (qui, come in cina) a prezzi che si aggirano sui 5 euro a giornata, spesso per 3/4 della giornata. Città sporche, in cui malaria e batteri circolano liberamente, in cui i grandi fiumi sono contaminati dagli scarichi industriali e dai cadaveri degli animali morti, gli stessi grandi fiumi in cui la gente si lava e beve e, di conseguenza, si ammala mortalmente.

La penna di Rampini sfida tutto, autorità e censura (argomento molto interessante di cui parlerò più avanti a riguardo della Cina, che presenta scenari di Orwelliana memoria), deliziandoci anche con contorni storici (che permettono di rileggere il tutto come fosse un flusso cronologico e di ricostruirne le vicende nel tempo), nonchè con simpatici aneddoti che connotano la cultura del “Grande elefante”, simbolo dell’India nonchè della sua strategia economica (“Lento ma saggio. L’elefante indiano può evitare alcuni degli effetti collaterali più dannosi di una società capitalistica immattura”, ricorda il giornalista). Se viaggiate in India vedrete ad esempio che dalle strade sono scomparse le famose vacchè che popolavano le fotografie di Nuova Delhi e Calcutta; se vi chiedete che fine hanno fatto troverete nel libro la risposta. Oppure scoprirete come il maestro di Yoga che ha sfidato l’immagine mondiale della Coca Cola come ‘bevanda per tutti’abbia vinto la sua battaglia e ne abbia dimezzato il consumo nel paese.

La seconda parte del libro parla del paese definito da Rampini “Il rullo compressore”, la Cina. Colei che tutto ingloba e tutto nasconde allo stesso tempo, sotto il peso di una censura governativa opprimente per il suo popolo. Ed è proprio nel capitolo “cronache della repressione”, che si leggono i più stupefacenti tentativi del governo di controllare la stampa. Tra i tanti esempi di mancata libertà di stamoa possiamo ricordare l’aggressione perpretata ai danni di Wu dalla da 50 poliziotti locali che avevano assaltato la redazione del giornale. La causa di tutto questo è stata un’inchiesta sulle tangenti che intascavano i poliziotti.
Lo stesso silenzio che devono mantenere anche i contadini quando le loro terre vengono espropriate per essere industrializzate e ricevono indenizzi scarsi o nulli. E se qualcuno osa ribellarsi la risposta della polizia è la pistola. questa utopia viene perfettamente descritta da Rampini che ne riporta molteplici esempi, come quella del 6 Dicembre 2005 a DongZhou, villaggio sulla costa del Guangdong.

In conclusione un lucido ritratto che non lascia nessun angolo al buio e che permette di avere un quadro chiaro di due paesi patria di profonde e talvolta inspiegabili contraddizioni, in cui però “si giocherà il destino del mondo”, come viene intitolato uno dei capitoli. Non serve parlare dello scandalo della Sars o dell’accordo economico che stipularono Fiat e Tata (importante produttore automobilistico indiano) per capire come oramai l’elefante e il dragone stanno entrando sempre più nella nostra vita. Basta girare lo sguardo e notare quanti indiani e cinesi sono all’apice della manifattura tessile (e anche l’Italia nazione della moda inizia a sentire il vuoto sotto i piedi), nonchè al comando del management di grandi aziende.

Rampini ci prende per mano e ci mostra come tutto ciò, senza che ce ne accorgessimo è avvenuto. E forse è venuto per tutti il momento di aprire gli occhi.

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