Sevilla, un universo dai mille colori

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Sevilla, la perla di questa spagna. Di questa grande sconosciuta, per me.

L’appuntamento per la partenza è in una calda mattinata barese di fine luglio. Non c’è piú il vento di giugno per rinfrescare la pelle, ecco perchè l’unico posto sicuro sembra essere la tua macchina, come un tetto sopra la testa in un giorno di pioggia.

Partenza tranquilla, tipico volo della ryanair che sembra un gigantesco spot pubblicitario dal vivo: “offerte incredibili su…bla,bla,bla. Arrivati anche a venderti i gratta e vinci griffati ryanair penso: “chi ha inventato il low cost doveva essere un visionario, o piú probabilmente un pubblicitario!”.

Le terre dal finestrino cambiano velocemente, prima irregolari campi dai colori spenti che in un’ora o due lasciano spazio ad un azzurro chiaro e cosí distante. Il segno della terra che si allontanava in favore di un sogno lontano. Quella vacanza che serviva a tutti per rinfrancare le idee, a qualcuno per dimenticare pressioni derivate da recenti lauree o amori finiti male. Quel mare, quell’aereo, quelle terre erano una panacea universale per noi, insieme a quel senso di inaspettato e di avventura che ad esse si accompagnava.

Lentamente arriviamo e scendiamo dall’aereo e subito mi colpisce questo senso di attrazione verso il cielo. Ero portato ad alzare la testa e a guardare quei colori azzurri del cielo, di una serenitá che mai avevo visto.
Siviglia divenne anche nei giorni successivi questo, per me: colori e sensazioni.

Mentre camminavo per le vie strette affianco ai miei cari amici tutto si confondeva in una marea di colori. Dominante su tutti il giallo, non solo di un sole caldo che era sopra di te fino alle 9 di sera inoltrate, ma anche dei palazzi, che spesso però si rifacevano ad altre tinte pastello: azzurri, rossi. Come un paesaggio tropicale di Gaugin, la luce si rifletteva su tutto, creando un disegno armonico e quasi paradisiaco.

Mossi poi per l’enorme piazza di spagna, quello che un mio amico chiamò ‘l’enorme mosaico’. Dominante è proprio il bianco dei pavimenti su cui sono dipinte le più belle cittá spagnole insieme a scene che ne riprendono caratteri quotidiani. Particolarmente belli quelli di barcellona e alicante con una scena di vita campestre.

In contrasto poi avevamo la varietà dei colorati ventagli venduti sulle scalinate. Un simbolo della spagna, nato da una necessità quotidiana. Ancora una volta un bisogno che era stato risolto con stile, senza tralasciare un tocco di artisticità. Figure varie si susseguono tra le pieghe di questi strumenti, anche se ancora apprezzo di più la semplicità di quelli con motivi floreali o totalmente vuoti.

Poi ti colpisce il verde dei giardini, che ti entra prepotentemente negli occhi, quasi un’abitudine per i sivigliani.
Come quelli dell’Alcazar. Che alternano piccola fontanelle a grosse muraglie con stile arabeggiante, simbolo di una civiltà che per molto tempo ha dominato su queste terre, imponendo un vero e modo modus pensandi dell’arte. Cercare di rilassarsi é impossibile anche da seduti: il caldo afoso vicino ai 40 gradi ti sorprende colpendoti alla testa prima che te l’aspetti.

E infine c’é l’oro. Quella luminositá brillante che ritroviamo nello stile barocco. Il barocco che contraddistingue la navata della locale cattedrale di santa Maria della sede, la piú grande d’europa. Fregi magnifici che paiono risplendere ancora di piú nell’oscuritá della navata, maestosa ed ampia. 20110728-162454.jpg
Questo piccolo scrigno del tesoro contiene anche altre sorprese, come le quattre statue che sorreggono la tomba di Colombo.

Tanto da vedere e cosí poco tempo per farlo, in una cittá che da sempre è simbolo di erasmus studentesco, che appare forse anche un po vuota in questa fine di ciclo universitario, ora che gli ospiti europei sono tornati alle loro tranquille (e più ordinate) case.

E cosí, in un’antologia di colori, finiamo questo viaggio nella calda spagna.

Solo due eventi mi separano dall’atterraggio all’aereoporto ‘bari palese’, una domenica sera che pare lontana anni luce dall’afosa spagna. In primis un atterraggio ripetuto causa ‘eccessivo vento sulla pista’, avverte l’hostess.
Poi finalmente una nota ironica, quando dalla cabina comandi una voce rauca inizia a parlare: “signori stiamo atterrando, come da procedura spegniamo le luci in cabina. Tutto questo per venirvi incontro nel caso il vicino sia brutto o abbiate paura del lupo cattivo!”

‘Bentornato in Italia’, pensai allora. 20110728-162342.jpg

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