Camminando sulla riva

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Ultimamente mi capita spesso di passeggiare in spiaggia. Nel tardo pomeriggio, quando attorno le sfumature di arancione riempiono l’atmosfera sovrastante e tutto il tempo sembra dilatato all’infinito.

Anche le onde sembrano infrangersi sulla sabbia piú lentamente, quasi a voler cullare con i rumori il riposo degli ultimi coraggiosi bagnanti sui lettini. Che forse affrontano il caldo sole di questo infuocato mese di luglio salentino solo per questo momento di effimero paradiso, in cui tutti i problemi sembrano lontani come un sassolino alla deriva.

Questa è la sensazione che provó a quest’ora, riverberata nel cammino.
E poi c’è la parte divertente. Quando vedi nel cammino questo spicchio di umanitá che ogni giorno popola la sabbia bagnata con alcune “maschere” inconfondibili.

Maschere che raccontano tanto delle attitudini della persona, così come spesso sono create ad hoc per nasconderle. Una serie di personaggi che ricreerebbero perfettamente un seco do “uno, nessuno, centomila” di pirandelliana memoria.

E cosí vedo davanti a me i ragazzi con fisici perfetti, che camminano sicuri. Con quella baldanza che al giorno d’oggi non si trova più facilmente, in un mondo che ci ripropone modelli sempre più fisicamente perfetti, adatti solo a esagerare i nostri difetti. Occhiali da sole sempre calati per osservare con discrezione la situazione, sempre alla ricerca di nuove prede femminili. Talvolta neanche per conquistarle, ma per farsi vedere, per farle morire. Per conquistarsi il suo spazio di esistenza nell’anonimato del mondo.

Pochi passi e camicie lunghe dai colori sgargianti o fantasie arabeggianti obbligano i miei occhi a soffermarsi su queste esplosioni cromatiche. Sembra che per i radical chic il gusto etno sia una passione mai sopita, e perció spesso uniscono anche grossi kaftani maschili. Colorati naturalmente. Lontani da quel bianco tradizionale che fà tanto massa. Che fa tanto comune mortale. E libro in mano dal titolo visibile, perchè tutti devono sapere cosa leggono, e soprattutto che leggono. In un’Italia in cui grossi incarichi politici spesso non sono collegati ad una grande cultura (e sapete a che ‘trota’ mi riferisco), questo è il minimo!

Poi ci sono gli sfiduciati normali, i cosidetti “riflessivi”. Dei modelli se ne fregano, un fisico scolpito non sono riusciti o non hanno voluto averlo.
Quindi si trascinano in spiaggia, spesso da soli, passano e riflettono su ciò che li circonda. E i giudizi non sono positivi a giudicare dai loro sguardi, un confronto col passato è impossibile da evitare, cosí come è impossibile da vincere.

E per quanto mi riguarda, se chiedeste a chi mi conosce non esiterebbe a tirare in ballo il narcisismo che mi contraddistingue e a pormi nella prima delle categorie, sicuramente ricordando tutte le ore spese ad allenarsi come una prova tangibile. Ma, sorprendentemente mi trovo molto bene anche nel ruolo di sfiduciato, anche perchè, spesso le mie passeggiate sono fatte in solitario, mentre con musiche bossanova-funkeggianti ( ultimamente sto amando molto gabin dei tempi di ‘sweet sadness’ avanzo sulla spiaggia e fotografo l’umanità, riflettendoci. E questo post é proprio frutto di questa lenta ma piacevole operazione fotografica.
In ultimo, non mancano le riflessioni ricordando quando riguardavo con gli occhi di un adolescente quindicenne le stesse persone e gli stessi posti, solo 7-8 anni fa.

E una frase del film ‘Slevin-patto criminale’ la sento sempre più mia in queste occasioni: “ieri stavi meglio di oggi, ma ti ci voleva oggi per capirlo, questa è la bella incongruenza della vita!”
Non potrei aggiungere altro che un “Amen, fratello”.

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