“Questa è una sconfitta per il paese” (recensione ‘C’è chi dice no’)

“Da quando vince il merito?” E’ la domanda che si pone un occhialuto Paolo Ruffini, insegnante di diritto penale, stanco di essere per l’ennesima volta sorpassato in una promozione da un raccomandato. In questa frase si racchiude non solo il senso del film ‘C’è chi dice no’, ultimo capolavoro di Giambattista Avellino, ma anche il grido di rivolta di un’Italia ormai stanca dei ‘figli di…’

La trama segue le vicende di tre protagonisti: Max (Luca Argentero), figlio di ferroviere che ha preferito la carriera giornalistica a binari tabelle d’orario, Samuele (Paolo Ruffini), assistente universitario che non riesce ad ottenere un posto da ordinario e rimane con il suo misero stipendio di 700 euro mensili, e Irma (Paola Cortellesi), dottoressa che si vede soffiare la promozione dalla fidanzata del primario venuta dall’est (inutile elencarne i talenti principali). I tre, dopo aver capito quanto è marcio il sistema meritocratico italiano, decidono di ribellarsi e alla stregua di moderne brigate rosse, si ribattezzano ‘I pirati del merito’ e cercano di evirare i loro contendenti attraverso le più divertenti forme di stalking. Impossibile non ridere quando i pappagalli della fidanzata del primario vengono sostituiti nottetempo con dei fagiani arrostiti allo spiedo.

Durante il film ogni personaggio segue una sua personale invenzione interiore che lo porta a dare un proprio meccanismo comportamentale di difesa ai mali che vogliono evirare dal sistema. Ecco quindi che il tranquillo Samuele, all’inizio spaventato dalle possibili implicazioni legali che alcuni atti di stalking potevano portare, si trasforma alla fine in un molestatore con idee utopiche ma efficaci. Sua sarà infatti l’idea di creare il sistema delle ombre: uomini totalmente vestiti di nero che ‘segnaleranno’ i raccomandati seguendoli dappertutto. Al nero delle ombre si contrappone i colori accesi dei volantini dei pirati del merito, colori che richiamano un’idea di liberazione da questo nostro futuro oscuro. E’ questo è già tanto, se pensiamo che la sua prima terribile idea era stata quella di ordinare 4 pizze giganti anonime per una delle raccomandate.

Il cambiamento più interessante però è proprio quello di Max. Il giovane giornalista, che per primo ha l’idea di combattere il sistema delle raccomandazioni e sembra quello con le idee più radicate, si trasforma. L’accusatore diverrà il soggetto delle sue accuse. Max riuscirà ad ottenere una promozione portandosi a letto la figlia di un’eminente collega, che paradossalmente era proprio colei che gli aveva rubato il posto.

E da qui partono le incomprensioni con il gruppo, con il giovane Max che ha paura di perpetrare le azioni dei Pirati per paura di perdere il suo nuovo posto e di essere arrestato. Si è trasformato nell’impaurito Paolo Ruffini all’inizio delle imprese dei pirati. Come è facile immaginare ci sarà un altra ‘evoluzione’ al passato, ma questo non avrà poche ripercussioni nel suo carattere: lascerà un tangibile alone di disperazione e amarezza nel giovane giornalista.

Il regista, Giambattista Avellino, è nuovo nel campo delle commedie di denuncia. Dei precedenti lavori più importanti, sempre votati al comico, possiamo ricordare le ultime collaborazioni con la coppia comica Ficarra e Picone in ‘il 7 e l’8’ e ‘la matassa’, entrambe commedie leggere che avevano avuto una buona risposta di pubblico.

Stavolta c’è quel qualcosa in più che è proprio la chiave del successo del film: ridere (un po) facendo pensare (molto), tuffandosi nel filone già esplorato da Massimo Venier con ‘Generazione Mille Euro’, Virzì con ‘tutta la vita davanti’ e più recentemente ‘Nessuno mi può giudicare’, diretto da Massimiliano Bruno con la stessa Paola Cortellesi. Tutti film che esplorano tematiche nazionali che giovani e adulti devono tutt’oggi si ritrovano a combattere: precariato, scarsa possibilità di carriera a livello nazionali, doppi lavori…. e la lista potrebbe essere enorme.

Il film riesce a mantenere l’interesse fino alla fine, con tempi che ad una prima impressione possono sembrare molto dilatati (una pausa in due tempi sarebbe stata gradita), ma nonostante ciò, anche grazie a qualche rimembranza cinematografica ormai sfruttatissima (Padrino e testa di maiale, non aggiungo altro!), riesce a mantenere un livello di gradimento elevato e noia minima.

Maggiore enfasi invece si sarebbe potuta dare alla musiche, le quali non riescono a rimanerti dentro alla fine del film. In altri film, come Generazione mille euro, ne sono parte integrante, non un semplice background a basso volume come qui. Le parole devono avere il loro spazio all’interno di un film, loro sono pur sempre il protagonista principale, ma la musica dovrebbe fare da antipasto in questo ‘pranzo di denuncia’. E’ la ricetta base di un capolavoro.

In conclusione 8 punti su 10 a Giambattista Avellino per questo film, un tentativo riuscito di creare un moderno ritratto di un paese con altissimo tasso di ‘cervelli in fuga’, in cui un preside di facoltà allibito si chiede “Ma possibile che non abbiamo fatto un solo concorso regolare?”
Basta accendere la tv e guardare il telegiornale per accorgersi che la risposta ‘sì’ a questa domanda è un’ombra che ci segue sempre più da vicino.

Ecco il nostro uomo ombra, benvenuti in Italia!

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